Parliamo di profumi… Dice Plinio: ” Due sono gli elementi utilizzati nella fabbricazione del profumo, il succo e l’essenza: il primo, in genere, consiste nei vari tipi di olio, la seconda negli odori; nell’un caso si parla di elementi astringenti (stymmata), nell’altro di aromi (hedysmata). Un terzo elemento, connesso con questo, è il colore; per produrlo si aggiunge cinabro (minerale rosso) e ancusa (Alcanna tinctoria). Una spruzzata di sale ha la funzione di mantenere inalterata la natura dell’olio. Si addizionano resina o gomma per fissare all’essenza l’aroma che, in caso contrario, rapidissimamente svanisce e si perde. Tra i profumi il più semplice e, verisimilmente, il primo ad essere inventato, fu quello ricavato dal muschio e dall’olio di balano; in seguito il profumo di Mende si arricchì di olio di balano, di resina, di mirra, mentre ancora più complessa è, ai nostri giorni, la ricetta del Metopio. Questo è un olio estratto, in Egitto, da mandorle amare, al quale sono stati addizionati agresto, cardamomo, giunco profumato, calamo aromatico, miele, vino, mirra ,seme di balsamo, galbano e resina di terebinto”. I Romani, i Greci e pure gli Egizi, non conoscevano il profumo come l’intendiamo oggi, in quanto l’alcol non era ancora stato distillato. Però balsami, unguenti e sostanze profumate abbondavano, tanto più che non conoscendo il sapone, i Romani, grandi igienisti, si lavavano con cenere di faggio, lisciva, e poi una speciale creta tritata, e pietra pomice. Di questo trattamento la pelle non godeva, e perciò andava lenita, ammorbidita, idratata con balsami oleosi che inoltre profumavano la persona.
Ma, secondo alcuni, quest’impiego di aromi e profumi era un’esagerazione, così per Marziale: “Quando passi sembra che traslochi il profumiere Cosmo e che il cinnamomo esca da un flacone rovesciato. Non voglio, Gellia, che ti piacciano queste futilità. Sai, credo che anche il mio cane potrebbe profumare così”, oppure, sempre Marziale: “Poiché sei scuro di cannella e di cinnamomo e delle essenze ricavate dal nido della Fenice e olezzi dei profumi che Nicerote tiene nei vasi di piombo, Coracino, ridi di me che non profumo di niente: preferisco non avere odore che odorare troppo”.
L’Aquila imperiale ad ali spiegate, con il capo volto a destra era l’emblema dell’Impero Romano; l’aquila bicefala, anch’essa romana, esprimeva la riunione dei due imperi romani d’occidente e d’oriente. Sallustio narra che Caio Mario, lo zio di Cesare, usò per la prima volta l’aquila come insegna nella guerra contro i Cimbri, confermato da Plinio, per cui Mario, al tempo del suo secondo consolato nel 103 a.c., adottò l’aquila come insegna delle legioni, assegnandone una a ciascuna legione. Da allora l’uso rimase, e l’aquila fu in argento in età repubblicana (con le saette in oro tra gli artigli), e in oro o placcata oro durante l’impero, ma si sa che c’erano anche aquile di bronzo. La perdita dell’aquila (il cui portatore era detto aquilifer), oggetto di vera e propria venerazione da parte dei soldati, poteva causare lo scioglimento dell’unità, come fosse la perdita dell’intero reparto, in quanto anima della legione. Mario la favorì rispetto agli altri quattro animali fino ad allora, e con essa, utilizzati come insegne: il lupo, il minotauro, il cavallo, il cinghiale. L’Aquila fu sempre considerata, anche nel medioevo, come simbolo dell’impero, e alla sua fedeltà per esso.
Scrive Plinio: “In nessuna parte della natura si deve cercare la ragione scientifica delle cose, ma solo la sua volontà”. A talune erbe si attribuiscono poteri straordinari, come al laserpizio, pianta di origine africana, definito da Plinio “uno dei doni più preziosi della natura”, dalla cui radice si estraggono succhi prodigiosi che hanno il potere di addormentare le pecore o di fare starnutire le capre, ma anche di rendere innocuo il veleno dei serpenti, di facilitare la digestione, di guarire i disturbi della circolazione, il mal di gola, l’asma, l’idropisia, l’epilessia, l’itterizia, i disturbi femminili, di far maturare gli ascessi, di cicatrizzare ferite e piaghe, di estirpare i calli. Per le sue virtù ricostituenti il laserpizio è anche usato come tonico nelle convalescenze e nei casi di prostrazione psicosomatica.
Nell’antica Roma l’ortica veniva utilizzata come afrodisiaco ovvero quale principio attivo dell’amore in tutti i filtri e pozioni dell’epoca inducendo i consumatori a fare l’amore in modo disinibito. Lo stesso Ovidio la consigliava miscelata con miele, cipolla, uova e pinoli.
Uno degli ortaggi più apprezzati dai Romani per la cura delle malattie e anche dei semplici disturbi è il cavolo. Catone ne enumera le molteplici proprietà: condito con aceto e sale, il cavolo aiuta la digestione e mantiene lo stato di salute generale. Condito con aceto e miele, ruta, coriandolo e laserpizio, combatte i dolori articolari. Arrostito, unto e salato, e mangiato a digiuno, combatte l’insonnia e tutti i mali della vecchiaia. Seccato e triturato finemente e ingerito la mattina a digiuno agisce come purgante. Anche le frizioni di cavolo sulla pelle del corpo assicurano una lunga salute e proteggono dalle malattie, eccetto quelle contratte per imprudenza. Applicate sulle piaghe, siano esse croniche o recenti, le foglie di cavolo le fanno cicatrizzare. La stessa efficacia ha sulle ulcerazioni il cavolo tritato e misto a miele. Chi ha un polipo nel naso può liberarsene nello spazio di tre giorni, secondo Catone, aspirando col naso polvere di cavolo selvatico triturato. La mistura di cavolo finemente tritato e vino, lasciata gocciolare nelle orecchie guarisce dalla sordità.
Visto che lo abbiamo da pochi giorni ricordato, qualche notizia su FAUNUS. Antico dio del Latium, figlio di Picus e padre di Latinus (Picus, figlio di Saturnus, era un antico dio latino rappresentato da una colonna con sopra un picchio, in latino picus), Faunus proteggeva campi e boschi. Egli era lo sposo di Fauna o Fatua, identificata con Bona Dea, e venne identificato con il dio greco Pan. Padre dei Fauni – divinità boscherecce con capacità di dire il futuro – un altro nome con cui ci si riferisce a lui era Fatuus, ossia indovino. Faunalia erano le feste in onore di Faunus, ed i Lupercalia erano una festa celebrata il 15 febbraio in onore di Faunus Lupercus, il cui santuario era una grotta alle pendici del Palatino. La tradizione narra che in quella grotta – che si trovava all’ombra del Ficus Ruminalis nei cui pressi era una sorgente – la lupa aveva allattato Romolo e Remo.
Lo spettacolo più seguito dai romani era quello del circo, cioè le corse dei cavalli, come dimostra il fatto che gli imperatori allargarono e fecero più volte il Circo Massimo che, secondo Plinio il Vecchio, arrivò a contenere più di 250.000 spettatori. Le corse erano di cavalli o di carri e vi partecipavano diverse scuderie, in gara tra di loro. Gli spettatori seguivano scommettendo sul vincitore e tifando squadra preferita. Fu Giovenale a coniare nel “Panem et Circenses”, “pane e giochi” le basilari necessità del benessere popolare e quindi politico: distribuzione di generi alimentari, bagni e terme pubbliche da un lato, gladiatori, belve esotiche, corse coi carri, competizioni sportive e rappresentazioni teatrali dall’altro lato. Un vero strumento in mano agli Imperatori per sedare i malumori popolari, o ingraziarsi il popolo.
Un mestiere piuttosto redditizio nell’antica Roma era quello del barbiere. La cura del corpo e dell’aspetto fisico era molto importante per i cittadini romani, sia uomini che donne, tanto che le professioni più in voga e di maggior successo erano inevitabilmente legate alla moda, compresa quella dei capelli. La consuetudine di radersi abitualmente barba e chioma cominciò a diffondersi tra le classi più abbienti a partire dal III secolo a.C. su ispirazione greca, e ben presto si diffuse a tutta la popolazione maschile; poiché a partire da allora fu giudicato sconveniente e poco educato presentarsi in pubblico non perfettamente rasati, si può immaginare quanto lavoro avesse il tonsor, ovvero il barbiere romano. Chi non poteva disporre di un barbiere privato era infatti costretto a recarsi nelle tonstrinae, “saloni di bellezza” in cui i clienti potevano sedersi comodamente su uno sgabello e farsi fare il trattamento preferito, che non consisteva solo e necessariamente in uno sfoltimento dei capelli effettuato con un paio di rozze forbici, ma anche in una perfetta e totale rasatura del viso o addirittura in un più elaborato taglio alla moda.
La religione romana era parte della vita della Res Publica; i riti servivano a propiziarsi gli dei affinché proteggessero lo Stato. A Roma venne edificato il Pantheon, un tempio dedicato a tutti gli dei. Non esisteva un clero di professione: l’esercizio sacerdotale era assimilato ad una carica pubblica. In età repubblicana il Sommo Pontefice veniva eletto dal popolo e in età imperiale era lo stesso imperatore. Giulio Cesare fu facilitato nella sua carriera politica proprio dall’elezione a Sommo Pontefice. L’imperatore Graziano (367-383) fu l’ultimo Pontefice Massimo, infatti rinunciò al titolo nel 376. Il tempio era la casa di un dio, dove era conservata la sua statua o una qualche sua rappresentazione. All’esterno del tempio si svolgevano i riti con la partecipazione del popolo, e fu solo in età imperiale che alcuni culti provenienti dall’Oriente, come quello di Iside, richiesero la costruzione di aree recintate, come l’Isiacum, dove singoli individui si potessero riunire per celebrare i riti e pregare. I riti dovevano essere effettuati secondo regole precise e pubblicamente, di fronte al popolo. I ludi avevano un carattere sacro e facevano parte delle cerimonie religiose connesse con le festività. Il calendario delle festività era proclamato al popolo dai sacerdoti all’inizio di ogni mese.
Parliamo ancora di cucina, questa volta del pane, che occupava un posto fondamentale nell’alimentazione dei romani e non mancava mai sulle tavole dei cittadini. A Roma si producevano diversi tipi di pane: quello bianco, molto amato e diffuso, veniva ottenuto dalla lavorazione di una farina di grano tenero; il pane di crusca, più grezzo, era particolarmente apprezzato per le sue note proprietà lassative. C’era poi quello che veniva chiamato pane bigio, realizzato con un tipo di frumento di qualità più scadente, ma consumato abbondantemente anche negli ambienti altolocati, tanto che l’Imperatore Augusto, era solito gustarlo accompagnato da datteri o con qualche chicco d’uva. Il cosiddetto pane nero o plebeius infine, era riservato ai poveri. I romani non avevano l’abitudine di prendere il dolce a fine pasto, che di solito si concludeva con un po’ di frutta (pesche e albicocche le predilette); l’ingrediente principale dei dolci e dei biscotti era il miele, di cui si faceva larghissimo uso, tanto da far dire al poeta Marziale, che le api si industriavano tanto solo per servire i pasticcieri di Roma e i golosi palati dei suoi abitanti.
PER QUANTO RIGUARDA IL CODICE DELLA STRADA VIGENTE NELL’ANTICA ROMA,SI PUO’FARE RIFERIMENTO ALLA lex Iulia Municipalis, cioè una legge romana promulgata da Giulio Cesare nel 45 a.C..
Tale legge è pervenuta integralmente nel suo testo nelle tavole di Heraclea, un’iscrizione rinvenuta presso il greto del fiume Cavone nell’antico territorio della città di Heraclea e conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Questa legge ha un carattere generale sulla riorganizzazione amministrativa delle città con alcune norme a carattere sociale. Con essa molte città e colonie assunsero il rango dimunicipio.
Inoltre essa prevedeva alcune norme sulla circolazione stradale all’interno dell’Urbe, come la regolamentazione del traffico e il divieto ai carri che trasportavano merci di circolare nelle ore diurne per decongestionare la città già eccessivamente trafficata.
Da questo divieto erano esclusi i carri trasportanti materiali adibiti alla costruzioni di templi o altri edifici di culto. Per queste norme la Lex Iulia può essere considerata l’antesignana del nostro Codice della strada.
La legge affidò agli edili il mantenimento della pulizia dei luoghi pubblici come il foro e le piazze.
DICTATOR In età repubblicana, era un magistrato nominato, in via straordinaria, per l’adempimento di compiti eccezionali quasi sempre di carattere militare, talvolta anche religiosi. Il dittatore non poteva restare in carica per più di sei mesi; era nominato in età antica dai consoli su richiesta del Senato, e più avanti nei comizi. Il suo potere prevaleva su quello di ogni magistrato in carica. Lo scortavano 24 littori. Portava anche il nome di magister populi, per il comando supremo che aveva dell’esercito campale (detto anticamente populus); come tale si nominava un comandante in sottordine per la cavalleria, detto appunto magister equitum. Al dittatore era vietato andare a cavallo. Nel secolo III a. C., quando anche la sua carica fu assoggettata al diritto d’appello al popolo, non vi si fece ricorso che raramente, come avvenne con Fabio Massimo il Temporeggiatore nella II guerra punica. Le dittature di Silla e di Giulio Cesare del sec. I a. C. non ripresero, dall’antico dittatore, che il nome, nel resto essendo cariche non contemplate dalla prassi costituzionale. Infine si creava un dittatore quando mancava un magistrato autorizzato a compiere il rito o questo doveva essere ripetuto in seguito a una pubblica calamità. Il Dictator clavi figendi causa era invece un dittatore che gli antichi Romani creavano con funzioni esclusivamente sacerdotali e limitatamente a una specifica azione rituale: doveva piantare un chiodo (il cosiddetto clavus annalis) sulla parete destra della cella di Giove nel tempio capitolino.
I circoli letterari. Sotto l’impero di Augusto, la letteratura segnò il suo apice anche perché il suo principale animatore fu proprio l’imperatore che intese darle anche e soprattutto fini etici, civili e patriottici. Augusto, in effetti, fu patrono delle lettere, ma con lui operò quel Mecenate il cui nome rimase a significare generoso protettore di artisti e letterati. In quell’epoca sorsero vari circoli letterari; in quello di Mecenate entrarono a far parte personaggi eccelsi come Virgilio, Orazio, Tito Livio e Properzio, che furono aiutati in tutti i modi e messi nelle condizioni migliori di operare. Orazio, ad esempio, ebbe in regalo da Mecenate la Villa Sabina, Virgilio ebbe molte ville in molti posti e tutti furono sostenuti, stimolati, spronati. Sia Augusto sia Mecenate, del resto, furono uomini di elevata cultura che si cimentarono anche in opere letterarie.
Un altro cenacolo letterario fu il circolo di Messalla Corvino. Staccato dalla politica, raccolse firme illustri come Tibullo ed Ovidio e visse una vita a sé, in un otium sereno e tranquillo. Altro benemerito della letteratura fu Gaio Asinio Pollione, che nacque a Teate nel 64 a.C. e, nella guerra civile, parteggiò con Giulio Cesare contro Pompeo e combattè a Farsalo, Tapso e Munda. Ucciso Giulio Cesare, sostenne Antonio e fu suo delegato nella pace di Brindisi. Fu amico e protettore di poeti ed infatti, quando nel 40 a.C. esercitò il consolato, Virgilio gli dedicò la IV Bucolica (intitolato proprio Pollio) come omaggio all’amico potente. Questo fatto è un chiaro segno che Pollione incoraggiava e proteggeva l’esordiente poeta. Pollione fu oratore, poeta e autore di tragedie (che Virgilio forse con troppa piaggeria giudicò degne di Sofocle). Essendosi, però, troppo legato allo sconfitto Antonio, Pollione si ritirò dalla vita pubblica ed iniziò a scrivere le Histories, in 17 libri, una storia delle guerre civili dal 60 al 35 a.C.: un vero campo minato. Di tutti i suoi scritti, rimangono solo scarsi frammenti delle sue storie. Pollione morì nel 4 d.C.. La sua importanza sta nel fatto che introdusse a Roma le recitaziones, cioè le letture pubbliche di poesie e perché fondò in Roma la prima biblioteca pubblica.
Nell’antica Roma con il termine cliens si intendeva il cittadino libero, ma legato da un rapporto di dipendenza a un patrono, dal quale aveva in concessione terre ed era tutelato dalla sua fides in cambio di particolari doveri (obsequium, officium, pietas). La frode commessa dal patrono nei confronti del cliens aveva come sanzione, ancora all’epoca delle XII Tavole, la sacertà. I clienti partecipavano, insieme ai gentiles, ai sacra, alle guerre e ai comizi curiati, sia pure in posizione inferiore. Durante l’età repubblicana i rapporti di clientela andarono allentandosi e infine scomparvero.
Nel calendario liturgico cattolico la Domenica delle Palme è celebrata la domenica precedente alla festività della Pasqua. Con essa ha inizio la settimana santa ma non termina la Quaresima, che finirà solo con la celebrazione dell’ora nona del giovedì santo, giorno in cui, con la celebrazione vespertina si darà inizio al Sacro Triduo Pasquale.
Nella forma ordinaria del rito romano essa è detta anche domenica De Passione Domini (della Passione del Signore).
Nella forma straordinaria la domenica di Passione si celebra una settimana prima, perciò la Domenica delle Palme è detta anche Seconda Domenica di Passione. Questa festività è osservata non solo dai Cattolici, ma anche dagli Ortodossi e dai Protestanti. In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma (cfr. Gv 12,12-15). La folla, radunata dalle voci dell’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente gli rendevano onore. Generalmente i fedeli portano a casa i rametti di ulivo e di palma benedetti, per conservarli quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici. In alcune regioni, si usa che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua. In molte zone d’Italia, con le foglie di palma intrecciate vengono realizzate piccole e grandi confezioni addobbate (come i parmureli di Bordighera e Sanremo in Liguria), che vengono regalate o scambiate fra i fedeli in segno di pace. Nel vangelo di Giovanni: 12,12-15, si narra che la popolazione abbia usato solo rami di palma che, a detta di molti commentari, sono simbolo di trionfo, acclamazione e regalità. Sembra che i rami di ulivo siano stati introdotti nella tradizione popolare, a causa della scarsità di piante di palma presenti, specialmente in Italia. Ad ogni modo un’antica antifona gregoriana canta: «Pueri Hebraeorum portantes ramos olivarum obviaverunt Domino» (“Giovani ebrei andarono incontro al Signore portando rami d’ulivo”). Nelle zone in cui non cresce l’ulivo (come l’Europa settentrionale), i rametti sono sostituiti da fiori e foglie intrecciate. Si hanno notizie della benedizione delle palme a partire del VII secolo in concomitanza con la crescente importanza data alla processione. Questa è testimoniata a Gerusalemme dalla fine del IV secolo e quasi subito fu introdotta nella liturgia della Siria e dell’Egitto. In Occidente questa domenica era riservata a cerimonie prebattesimali, infatti, il battesimo era amministrato a Pasqua; e all’inizio solenne della Settimana Santa, quindi benedizione e processione delle palme entrarono in uso molto più tardi: dapprima in Gallia (secolo VII-VIII) dove Teodulfo d’Orléans compose l’inno “Gloria, laus et honor” e poi a Roma dalla fine dell’XI secolo.
In origine l’anno era composto di dieci mesi, Gennaio e febbraio furono aggiunti in seguito (il primo in onore del dio Giano che sovrintendeva le porte e i passaggi, inoltre era bifronte e con un volto guardava l’anno vecchio, mentre con l’altro guardava il nuovo anno. Febbraio invece era il mese della purificazione (februa in latino); Marzo era il mese dedicato alla guerra (dio Marte) aprile era il mese della rinascita, dell’apertura della natura a lungo sopita nel lungo inverno, (aperio è un verbo latino che significa aprire) MAggio era il mese in onore della dea Maia, e riguardava la terra; Giugno era il mese in onore di Giunone; Luglio si chiama così dopo il primo secolo avanti Cristo in onore di Giulio Cesare, mentre Agosto è il mese dedicato all’imperatore Augusto (feria Augusti…ferragosto) originariamente questi due mesi si chiamavano quintilis e sextilis essendo il quinto e sesto mese dell’anno. Settembre deriva da septem ab imbre, ossia sette mesi dalle piogge; stesso discorso vale per ottobre novembre e dicembre.
Dopo la fine politica di Cimone e l’assassinio di Efialte, la guida politica passata in mano di Pericle permise ad Atene di effettuare in chiave anti-spartana un’alleanza con Argo e con la Tessaglia, così da poter disporre di un potente esercito e di una cavalleria formidabile oltre che della flotta più potente dell’Egeo. Nell’ottica di alleanze c’è da tenere in considerazione la pace di Callia con l’impero persiano e la protezione fornita a Megara, con l’edificazione delle mura di collegamento fino al porto di Nisea e l’insediamento di una guarnigione ateniese.
Se infatti la prima garantiva ad Atene di non essere impegnata su due fronti, dopo la non felice campagna d’Egitto, la seconda le garantiva in chiave strategica il controllo dei passi che portavano dal Peloponneso in Attica oltre a permettere un più agile collegamento con Argo.
Se la situazione non disturbava direttamente Sparta, impegnata nella terza guerra messenica, era di notevole intralcio ad una sua potente alleata, Corinto, che assieme ad Egina si trovò costretta a difendere i propri interessi commerciali. Infatti l’aiuto garantito alla concorrente Megara e i continui disagi posti dalla presenza ateniese nei mari costrinsero le due città aiutate da Epidauro a ribellarsi, ma la flotta peloponnesiaca perdette ben 70 navi ed Egina fu messa sotto assedio, era il 459 a.C. Così l’anno dopo Corinto inviò un contingente militare per assediare la città concorrente, ma il pronto intervento dello stratega ateniese Mironide, con il suo esercito di veterani ed efebi, fu fatale.
Il prestigio di Atene è al massimo splendore, grazie alla serie di alleanze e alle vittorie con Corinto, l’assedio a Egina e per il momento la felice campagna in Egitto. È in questo momento che vengono erette le Lunghe Mura difensive che collegano Atene al Pireo e alla baia del Falero, formando una fortezza triangolare.
La fine dell’assedio al monte Itome, con il rilascio degli assediati, permise agli efori di cercare alleati in Beozia, contrastando il legame di Atene con i tessali. L’intervento spartano permise a Tebe di riprendere il suo ruolo di leader militare nella regione, perso dopo le guerre persiane e la dissoluzione della lega Beotica. L’occasione si ebbe con la richiesta di aiuto della Doride attaccata dai focesi; Nicomede, reggente di Plistonatte (ancora fanciullo), vi trasferì 1.500 spartani e 10.000 opliti peloponnesiaci. Durante il trasferimento i nemici di Pericle gli chiesero di attaccare la città, quasi sguarnita, invece lo stratega riuscì a recuperare 13.000 uomini, 1.000 argivi unendoli alla cavalleria tessala.
È in questa situazione che si ebbe, nel 457 a.C., la prima battaglia di Tanagra e la successiva battaglia di Enofita, il cui esito permise ad Atene di mantenere il controllo sulla Grecia centrale, l’Istmo, oltre l’alleanza con la Tessaglia e Argo, soggiogando poi la Focide e la Locride orientale. Poco dopo cadde anche Egina, la quale entrò a far parte della lega di Delo, con un pagamento di 30 talenti annuali e per di più l’Acaia nel 455 a.C. stipulò un’alleanza con Atene, specie dopo la sua incursione a Sicione e l’insediamento degli iloti ribelli a Naupatto.
Atene era alla sua massima espansione territoriale, ma ben presto le cose cambiarono:
L’anno seguente è al comando di una flotta alla volta di Cipro dove, nonostante la sua morte, gli Ateniesi liberano dall’assedio persiano l’isola. La sconfitta persiana diede la possibilità di raggiungere a breve una tregua tra le due potenze detta pace di Callia, permettendo ad Atene di concentrarsi sul fronte interno;
Si chiudeva una fase per l’impero ateniese nella quale pur avendo compiuto immani sforzi non ebbe in cambio il controllo di Egina e Naupatto, quindi la politica estera di Pericle si può definire da questo punto di vista fallimentare.
La pace trentennale non spostò certamente gli equilibri in Grecia, dove Atene continua a pretendere il phoros, dagli aderenti alla lega, utilizzandolo per abbellire la città e potenziarne le difese. Inoltre la sua sfera di influenza raggiunse la Calcidica con la fondazione della colonia di Anfipoli alla foce del fiume Strimone, a cui va ad aggiungersi l’alleanza con i Traci Odrisi, che assicurò lo sfruttamento delle miniere della regione e il commercio col Bosforo Cimmerio di frumento e pesce.
Una diffusa definizione di conoscenza la vuole come “teoria della giustificazione” della verità delle convinzioni. Questa definizione, che deriva dal dialogo platonico Teeteto, pone in primo piano l’importanza delle condizioni necessarie, anche se non sufficienti, affinché una affermazione possa rientrare nella conoscenza.
Non esiste un accordo universale su ciò che costituisce la conoscenza, la certezza e la verità. Si tratta di questioni ancora dibattute dai filosofi, dagli studiosi di scienze sociali e dagli storici
Ludwig Wittgenstein ha scritto un trattato (Della certezza) che indaga appunto le relazioni tra la conoscenza e la certezza. Un ramo di questa indagine è successivamente diventato un’intera branca, la “filosofia dell’azione”.
Il problema principale indagato dai filosofi è il seguente: come avere la certezza che le nostre convinzioni costituiscono effettivamente una “conoscenza”? Quand’è che si ha vera conoscenza? Sia la certezza che l’evidenza sono caratteristiche epistemiche appartenenti nient’altro che alla convinzione stessa. In altre parole, esse non affermano altro che la convinzione è vera. È dunque necessario ricorrere ad altre caratteristiche epistemiche, come la razionalità o il criterio logico, per avere garanzia che una certa conoscenza sia giustificata, cioè corrisponda al vero: questa non dev’essere arbitraria, né casuale né irrazionale. Aristotele, ad esempio, giudicava erroneo il detto di Protagora secondo cui «l’uomo è misura di tutte le cose», proprio perché contraddittorio:
se fosse vero ciò che ad ogni uomo appare certo, la conoscenza verrebbe svuotata del suo significato razionale; conoscere significherebbe soltanto “percepire” o “sentire”, indipendentemente da ogni criterio oggettivo.
Si può notare come il problema della divergenza tra soggettività e oggettività, tra verità e certezza, che al giorno d’oggi è affrontato dettagliatamente dalla “teoria della giustificazione”, vertesse sin d’allora sulla contrapposizione tra sensi e intelletto, o tra verità e opinione. Si tratta di un problema col quale si sono cimentati dapprima gli antichi greci e poi i filosofi a loro successivi.
A grandi linee, nella storia della filosofia occidentale si sono spesso contrapposte (e a volte sovrapposte) due linee di pensiero: coloro che considerano la conoscenza un prodotto della mente e dell’indagine introspettiva, e coloro invece secondo cui la conoscenza deriva unicamente dai sensi, cioè dall’esterno.
Connessa a tale questione è se la conoscenza sia il risultato di meccanismi automatici, o se invece dipenda da un atto creativo del soggetto, che coinvolga in qualche modo la sua libertà.
Tra i primi a contrapporre la conoscenza intellettiva a quella sensoriale fu Pitagora, che faceva del numero e della sapienza matematica l’oggetto principale del conoscere. Da questa contrapposizione scaturì il carattere nascosto della conoscenza, che si riteneva riservata a una cerchia ristretta di iniziati, i soli capaci di comprendere la natura intellettiva della realtà.
In seguito anche la scuola eleatica, in particolare Parmenide, svalutò la conoscenza sensoriale, affermando l’importanza di un sapere dedotto esclusivamente dalla ragione. Un tale sapere però risultava poco accessibile ai più, perché non oggettivabile: dell’Essere infatti si può dire soltanto che esso è, e nient’altro.
Ai pitagorici e agli eleati si contrapposero le teorie atomiste dei seguaci di Democrito, secondo il quale la conoscenza è il frutto di processi meccanici, cioè della combinazione degli atomi che colpendo i nostri organi di senso producono in noi l’apprendimento.
Socrate
Platone
Platone seguì gli insegnamenti di Pitagora, Parmenide, e Socrate, tuttavia rivalutando in parte l’esperienza sensibile. I sensi infatti, secondo Platone, servono a risvegliare in noi il ricordo delle idee, ossia di quelle forme universali con cui è stato plasmato il mondo e che ci permettono di conoscerlo. Conoscere significa dunque ricordare: la conoscenza è un processo di reminiscenza di un sapere che giace già all’interno della nostra anima, ed è perciò “innato”. L’innatismo della conoscenza è ciò che più contraddistingue il platonismo dall’empirismo.
Con Platone la conoscenza resta un’esperienza dal valore essenzialmente etico, poiché riguarda la decisione dell’anima di accostarsi alla visione eidetica del Bene risvegliandone in sé il ricordo.
Presso il neoplatonismo verrà mantenuta l’idea che la vera conoscenza non è quella che deriva dall’esperienza, come crede il senso comune, ma nasce da una superiore attività intellettiva che ha come oggetto le idee spirituali. La conoscenza è pertanto qualcosa di “nascosto” ai più, che si lasciano abbagliare dagli inganni dei sensi. Questa concezione sarà fatta propria anche da varie correnti neopitagoriche, gnostiche, esoteriche, e magiche, che approderanno alla filosofia rinascimentale. Secondo Giordano Bruno bisogna nascondere la conoscenza alla plebe perché questa non la potrà mai capire, ed è persino rischioso elargirgliela.
Aristotele
Rispetto a Platone, Aristotele aveva ulteriormente rivalutato l’esperienza sensibile, ma come il suo predecessore aveva mantenuto fermo il presupposto secondo cui la conoscenza nasce anzitutto dal soggetto.
Una conoscenza che si limiti a recepire le impressioni dei sensi, infatti, è passiva; perché vi sia vera conoscenza occorre che l’intelletto umano svolga un ruolo attivo che gli consenta di andare oltre le particolarità transitorie degli oggetti e di coglierne l’essenza in atto.
Il passaggio all’intelletto attivo implica che questo sia capace di pensare se stesso, cioè sia dotato di consapevolezza e libertà, che è la caratteristica fondamentale che distingue l’uomo dagli altri animali. Aristotele distinse così vari gradi del conoscere: al livello più basso c’è la sensazione, che ha per oggetto entità particolari, mentre a quello più alto c’è l’intuizione intellettuale, capace di “astrarre” l’universale dalle realtà empiriche. Conoscere significa dunque astrarre.
Aristotele fu anche il padre della logica formale, che egli teorizzò nella forma deduttiva del sillogismo.
Va precisato però che l’intuizione restava per lui superiore anche a quest’ultimo, perché in grado di fornire quei princìpi di partenza da cui il sillogismo trarrà soltanto delle conclusioni coerenti con le premesse. Essa si trova dunque al vertice della conoscenza, culminando alla fine in un’esperienza contemplativa, tipica di un sapere fine a se stesso, che per Aristotele rappresentava l’essenza della saggezza. Ritorna così anche in lui il valore etico della conoscenza.
Quest’ultimo punto fu fatto proprio soprattutto da Hobbes, e si connette alla convinzione degli empiristi per cui la mente umana è una tabula rasa al momento della nascita, cioè priva di idee innate. Dopo la nascita, le impressioni dei sensi prenderebbero ad agire meccanicamente sulla nostra mente, plasmandola e facendo sorgere in essa dei concetti.
L’empirismo così espresso venne criticato dapprima da Leibniz, il quale riaffermò che la conoscenza non è un processo meccanico. Leibniz si espresse a favore dell’innatismo delle idee, ma contestò anche Cartesio, secondo cui esistevano solo quelle idee di cui si ha una conoscenza chiara e oggettiva, deducibili a priori dalla ragione: per Leibniz, invece, esistono anche pensieri di cui non si ha coscienza, e che agiscono a un livello inconscio.
Ci sono cioè varie gradazioni della conoscenza, da quella più oscura fino a quella più distinta, che è l’”appercezione” di me o autocoscienza.
Kant
In seguito anche Kant criticò l’empirismo, e affermò che la conoscenza è un processo essenzialmente critico, in cui la mente umana svolge un ruolo fortemente attivo. Operando una sorta di rivoluzione copernicana del pensiero, Kant mise in rilievo come le leggi scientifiche con cui conosciamo il mondo siano modellate dalla nostra mente anziché essere ricavate induttivamente dall’esperienza. La vera conoscenza si ha per Kant quando formuliamo i cosiddetti giudizi “sintetici a priori“: questi sono da un lato a priori, perché nascono dall’attività delle nostre categorie mentali; dall’altro però tali categorie si attivano solo quando ricevono dati empirici da trattare, ottenuti passivamente dai sensi. In tal modo egli ritenne di poter conciliare empirismo e razionalismo.
Al vertice della conoscenza si trova l’io penso, un’attività suprema che ha la capacità di connettere in maniera critica e consapevole le informazioni provenienti dal mondo esterno. La conoscenza non è dunque una semplice raccolta di nozioni, ma significa “collegare”. Ne deriva che la riflessione critica basata sulla propria autocoscienza è per Kant l’unico presupposto di una conoscenza valida.
Karl Popper, ricollegandosi alla tradizione aristotelica e kantiana, sostenne che la conoscenza è un processo esclusivamente deduttivo, comune sia agli uomini che agli animali, che si basa sul metodo dei tentativi e della confutazione. L’apprendimento non deriva dall’osservazione induttiva della realtà, bensì dalla nostra immaginazione creativa, cioè da anticipazioni ingiustificate della realtà stessa (le congetture) che di volta in volta noi mettiamo alla prova. La vera conoscenza deve essere dunque falsificabile, formulata cioè in modo tale che la sua sottomissione ad un esperimento possa eventualmente attestarne la falsità
Presso i Romani la favola esopica, volgarizzata e accresciuta da Fedro, servì anche ad usi scolastici. La creazione di Esopo ha avuto ed ha molta fortuna ed è stata imitata da favolisti di tutti i tempi e di tutti i paesi; ma anche se favole si incontrano in vari scrittori greci e latini, colui che ne fissò il genere fu appunto Fedro. Presso il mondo medievale ed umanistico vasta fu la popolarità di Esopo, di cui si riprese il genere con varie riduzioni e rifacimenti moralistici.
Fedro,vissuto tra il 15 a. C. e il 50 d.C., è per noi quasi uno sconosciuto: le poche notizie che abbiamo sulla sua vita si ricavano dalle sue opere. Portato a Roma come schiavo dalla Tracia, ancora bambino, ricevette un’educazione letteraria. Fu poi assegnato alla familia di Augusto, cioè al complesso dei servi dell’imperatore; buon conoscitore della lingua greca ebbe compiti di pedagogo, cioè di insegnante. Per i suoi meriti fu liberato dalla condizione di schiavo e visse come liberto nella casa imperiale anche sotto Tiberio, Caligola e Claudio , avendo assunto il prenome e il nome del suo padrone: Caius Iulius Phaedrus .
I personaggi delle favole di Fedro sono animali che parlano il linguaggio degli uomini del tempo: rappresentano le tendenze e i difetti degli uomini: “
il leone incarna la forza e la prepotenza, la volpe l’astuzia e la bassa ipocrisia, lo sparviero la rapacità, il lupo l’ingordigia infida, l’agnello la mansuetudine perseguitata, l’asino la rassegnata sottomissione, il cane ( più simile alla varia indole umana ) ora la fedeltà ora l’ingordigia ora la servilità contenta di sé” ( P. Frassinetti ).
La morale nelle favole di Fedro investe sia l’ambito della sfera privata , sia quello della vita pubblica, a volte ben distinti, a volte intrecciati in una stessa favola. Troviamo elementi legati alla morale privata nelle favole:
Temi a carattere più politico o privato che si adattano all’ambito pubblico ritroviamo nelle favole:
E’ autore di cinque libri di favole; i primi due furono pubblicati sotto Tiberio ( imperatore dal 14 d.C. al 37 d.C.).
Più tardi, alla fine dell’Antico Regno, la sopravvivenza diventò un diritto di tutti coloro che potevano disporre di una tomba e permettersi i riti funebri.
La prima conservazione di resti umani in Egitto deve essere avvenuta casualmente. Nei cimiteri dell’epoca predinastica,costituiti da fosse poco profonde dove i defunti venivano deposti in posizione fetale,il clima molto caldo e secco faceva essiccare naturalmente i corpi, ma non si sa se la sopravivenza nell’aldilà fosse intrinsecamente collegata alla loro conservazione.
Semplice lavaggio e purificazione, iniezione di liquidi corrosivi.
Gli imbalsamatori riempiono le loro siringhe di olio di cedro e ne ricolmano l’addome del morto, senza praticare alcuna incisione,iniettando semplicemente il liquido attraverso l’ano e assicurandosi che non esca. In seguito imbalsamano il corpo per il numero di giorni prescritto. L’ultimo giorno, lasciano uscire l’olio che avevano iniettato: questo olio è così forte che porta via con sé tutte le interiora e gli intestini di sotto, cosicché alla fine non rimangono che la pelle e le ossa.
Incisione ed estrazione degli organi.
Prevedeva, attraverso l’incisione addominale, l’estrazione degli intestini, dello stomaco, del fegato e dei polmoni. Si puliva l’addome sciacquandolo con vino di palma e spezie tostate,si riempiva quindi l’addome con mirra pura macinata,cassia e altre spezie. Le viscere estratte dal corpo del defunto venivano poi collocate in un cofanetto, diviso internamente in quattro parti con coperchi a forma di teste umane. Più tardi si usarono i vasi canopi che avevano sempre quattro teste: nel periodo dei Ramessidi, rappresentavano i quattro figli di Horus. Daumutef,il vaso con la testa di sciacallo, conteneva lo stomaco. Quebehsemut, il falco, conservava gli intestini. Nel vaso con la testa umana, quella di Ismet, veniva riposto il fegato. Quello di Hapy,con la testa di babbuino,conteneva i polmoni. I canopi erano spesso fatti di calcite e venivano collocati nelle tombe in un cofano apposito. I reni, spesso considerati come sede delle emozioni, e il cuore, che serviva al defunto per essere giudicato, venivano ricollocati nel corpo svuotato.
Quando la
se mi accontento di ciò che ho , possiedo tutto; al contrario se ricerco sempre di più, perdo anche ciò che ho!
La pianura del Tigri-Eufrate era carente di minerali e alberi e le strutture architettoniche sumere erano quindi costruite con mattoni di argilla, canne, e bitume, senza l’uso di malta o cemento.
Le costruzioni private e pubbliche dovevano apparire di colore bruno scuro e senza finestre (per combattere la calura estiva e per poter difendersi meglio in caso di attacco). Queste costruzioni si deterioravano facilmente, quindi venivano periodicamente distrutte, livellate e ricostruite nello stesso punto. Questo costante ricostruire, aumentò gradualmente il livello delle città, che finirono per diventare più elevate rispetto alle circostanti pianure. Queste colline che risultavano, sono dette tell e si trovavano spesso nell’antico Medio Oriente.
I sigilli cilindrici dei sumeri erano di varia tipologia; attestavano il contenuto, il produttore,la zona di provenienza e la quantità delle merce, esattamente come ora il vino italiano d.o.c.; inoltre, dipingono case costruite con le canne, non diversamente da quelle costruite dagli Arabi delle Paludi dell’Iraq meridionale, nello Shatt-al-Arab, fino a tempi recenti.
I Sumeri, inoltre, erano molto abili nello scavo e nella utilizzazione dei canali ad uso di irrigazione. Famoso è anche il ricordo del cosiddetto giardino pensile, che nella città di Babilonia avrebbe abbellito il palazzo di Nabucodonosor II: sulle volte di mattoni, massicce e alte, sarebbe stata trasportata una grande quantità di terra su cui coltivare piante e fiori.
Sembra che i Sumeri amassero molto la musica. Molti testi fanno specifico riferimento a tradizioni musicali e dimostrano chiaramente che i Sumeri utilizzavano simboli specifici per registrare alcune componenti musicali, come l’intonazione, centinaia di anni prima della nascita della civiltà greca, spesso accreditata come la prima cultura che ha sviluppato testi riguardanti la musica.
Vari strumenti musicali sono stati rinvenuti in Mesopotamia, soprattutto nel cimitero Reale di Ur (metà del III millennio a.C.), dove spiccano arpe, liuti, lire, strumenti a fiato, rappresentati da tubicini d’argento dotati di foro sul corpo, e forse tamburi. Questi strumenti erano solitamente realizzati in legno, osso o anche metallo.
La scoperta di numerosi strumenti musicali nelle tombe reali e l’illustrazione di musicisti nell’arte sumera fa quindi ritenere che la musica, ma anche la danza, avesse un ruolo molto importante nella vita religiosa e civica di Sumer.
In effetti, come testimoniano testi neosumerici, gruppi di musicisti svolgevano attività musicali all’interno del tempio, accompagnando le cerimonie religiose[73]. La musica nella cultura sumerica aveva una funzione più che altro pratica ed era intimamente legata ai riti religiosi. Molto probabilmente veniva suonata solo in specifiche situazioni e non era ancora diffuso il concetto di musica suonata solo per puro divertimento.
Ritrovamenti di ossidiana proveniente da luoghi lontani in Anatolia e in Afghanistan, perle dal Dilmun (odierno Bahrain), legname dal Libano e parecchi sigilli con sopra incisi scritti della Valle dell’Indo, suggeriscono un’ampia rete di antichi commerci centrata nel Golfo Persico.
Il poema di Gilgamesh, si riferisce al commercio con terre lontane, per beni come la legna che scarseggiavano in Mesopotamia. In particolare era stimato il cedro del Libano.
I Sumeri usavano schiavi, anche se non erano fondamentali per l’economia. Le donne schiave lavoravano come tessitrici, pressatrici, massaie e facchini.
I vasai Sumeri decoravano le loro opere con dipinti in olio di cedro. I vasai usavano archetti di legno per produrre il fuoco necessario per cuocere i vasi e, per primi, usavano il tornio. I muratori e gioiellieri Sumeri conoscevano e utilizzavano l’avorio, l’oro, l’argento, la galena e i lapislazzuli.
Di grande importanza era l’uso di moneta non coniata, le cosiddette mine d’argento, per le transazioni più importanti. Una tavoletta riporta la compravendita di un podere, con prezzo stabilito in mine. Ma ancora più interessante è notare che tale tavoletta fu rinvenuta presso il tempio, la qual cosa fa supporre che i contratti immobiliari già venivano conservati (vedasi istituto giuridico della trascrizione).
Riguardo ai sigilli, di vario genere, impressi sui vasi, si può ipotizzare che attestassero il contenuto (es. olio), il produttore, la provenienza (es. Uruk), la quantità, ecc., con sorprendente analogia alla moderna etichettatura di protezione per evitare le frodi alimentari o le imitazioni servili.
I primi reperti che rappresentano scenari di guerra appartengono al periodo di Uruk
. Tra le antiche armi rinvenute si annovera una mazza di pietra, probabilmente appartenuta al re Meselim di Kish (ca. 2600 a.C.).
Inizialmente le armate sumere erano principalmente costituite da fanteria. Questa si serviva delle stesse armi usate per la caccia: lance e archi semplici (l’arco ricurvo non era ancora stato inventato).
Nel corso del III millennio a.C. venne introdotto il bronzo, con il quale si crearono spade, asce ed elmi. Altra importante introduzione, sempre in questo periodo, fu il carro da guerra[.
La fanteria regolare usava anche caschi di rame, mantelli di feltro e una specie di kilt in cuoio o lana.
Le lente falangi dell’esercito sumero, armate di pesanti lance e scudi, furono la causa della sconfitta contro l’armata di Sargon il Grande, il cui esercito era invece dotato in gran parte di arcieri a cavallo, che permettevano di falcidiare i fanti sumeri senza troppe perdite.
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Dopo la periodizzazione della preistoria nelle tre età, della pietra, del bronzo e del ferro, elaborata dal danese Christian Thomsen nella prima metà del XIX secolo, la suddivisione tra paleolitico e neolitico nell’ambito dell’età della pietra fu introdotta nel 1865 da John Lubbock: carattere distintivo venne considerata l’introduzione della lavorazione della pietra tramite levigatura e il mutamento venne ricollegato al passaggio tra pleistocene ed olocene e ai relativi cambiamenti climatici.
Negli anni venti Vere Gordon Childe definì la “rivoluzione neolitica” come caratterizzata, oltre che dall’introduzione della pietra levigata e della ceramica, dalla sostituzione della precedente economia di caccia e raccolta con quella legata all’agricoltura e all’allevamento (produzione del cibo). Tale cambiamento, secondo la sua ricostruzione, era collegato ai primi insediamenti stabili e ad un abbozzo di stratificazione sociale.
Gordon Childe aveva riconosciuto l’epicentro della “rivoluzione neolitica” nella zona della cosiddetta Mezzaluna fertile, da dove in seguito le novità si sarebbero trasmesse in Europa.
La domesticazione dei cereali doveva infatti essere avvenuta dove erano presenti le specie selvatiche, e lo stesso per l’allevamento iniziale di capre e pecore. Le pratiche agricole adottate inizialmente avrebbero tuttavia comportato un rapido esaurimento del terreno, costringendo le comunità di coltivatori a spostarsi periodicamente: a questi spostamenti, oltre che all’adozione delle nuove pratiche da parte di comunità di cacciatori e raccoglitori, si sarebbe dovuta la diffusione della cultura neolitica. Le ragioni di tale passaggio rimanevano tuttavia controverse.
La teoria elaborata da Gordon Childe fu messa alla prova dagli scavi condotti nell’area indicata come epicentro della trasformazione, nei quali si raccolsero anche i resti botanici e faunistici, che contribuirono ad una ricostruzione del clima e degli usi alimentari delle popolazioni: Robert Braidwood scavò il sito di Qal’at Jarmo (nell’Iraq settentrionale, ai piedi dei monti Zagros), Dorothy Garrod scoprì nel Vicino Oriente la cultura natufiana, con villaggi sedentari che avevano preceduto l’introduzione dell’agricoltura e dell’allevamento, e Kathleen Kenyon identificò nel sito di Tell es-Sultan, nella valle del Giordano, le due fasi del neolitico preceramico (Pre Pottery Neolithic o PPN) A e B.
Le prime attestazioni di culture neolitiche sono presenti nel Medio Oriente, con il neolitico preceramico di Gerico, intorno alla metà del X millennio a.C. (circa 9500 a.C.), derivato dalla mesolitica cultura natufiana, che nelle stesse regioni aveva ampiamente utilizzato i cereali selvatici a partire dalla metà del XIII millennio a.C. (12500 a.C. circa), sviluppando uno stile di vita sedentario. All’inizio del XXI secolo, il progressivo utilizzo di vere e proprie pratiche agricole è stato collegato ad un brusco raffreddamento climatico (Younger Dryas) che si ebbe nel periodo tra il 10.800 e il 9.500 a.C.e che sembra aver determinato una diminuzione delle precipitazioni nell’area. Nella seconda metà del X millennio a.C. le popolazioni che praticavano l’agricoltura si diffusero in Asia Minore, in Africa settentrionale e nel nord della Mesopotamia. In questo periodo venivano coltivate poche piante, sia varietà selvatiche che domesticate (piccolo farro, miglio, spelta) e si allevavano cani, pecore e capre. Entro la fine del IX millennio a.C. si diffusero anche i buoi e i maiali, gli insediamenti stabili o stagionali e l’utilizzo della ceramica.
Anche in altre regioni si svilupparono le medesime caratteristiche, non necessariamente nella stessa successione temporale, come accadde in Africa (regione sahariana) e in Asia sud-orientale: nelle culture neolitiche del Giappone (periodi Jōmon e Yayoi) lo sviluppo della ceramica precedette quello dell’agricoltura.
Siti neolitici del Vicino Oriente (le dimensioni del Golfo Persico sono quelle ipotizzate per il 3000 a.C.)
Nella cultura natufiana (12000-10000 a.C.), ancora nell’ambito del mesolitico, si introdussero i primi villaggi sedentari e la raccolta di cereali venne intensificata.
La sedentarizzazione sarebbe tuttavia stata favorita non dall’introduzione di pratiche agricole, ma dalla ricchezza delle risorse ambientali presenti nel territorio, in seguito all’innalzamento della temperatura. Nei siti natufiani sono state rinvenute prove della domesticazione del cane.
Nella sequenza stratigrafica del sito di Tell es-Sultan si erano individuati due livelli neolitici privi di ceramica (Gerico I e Gerico II), che portarono all’identificazione delle due fasi A e B del neolitico preceramico. È in questo periodo che si svilupparono prima la coltivazione di specie selvatiche di cereali (preparazione del terreno, drenaggio, estirpazione delle malerbe) e quindi la loro domesticazione (selezione e introduzione delle specie domestiche).
Nella successiva fase del neolitico preceramico B (8700-7000 a.C.) a Gerico (Gerico II) si ebbe il consolidamento dell’economia agricola e probabilmente l’inizio della domesticazione animale.
Le case avevano piante rettangolari ed erano costruite con mattoni di fango parallelepipedi. Un edificio con nicchia è stato interpretato ipoteticamente come tempio e sono attestate pratiche funerarie elaborate (modellazione in gesso delle fattezze del defunto sul cranio) e figurine antropomorfe.
Nel neolitico preceramico B medio, prima del 7500 a.C. circa, si ebbe una rapida diffusione dell’economia agricola in tutta l’Anatolia e il Vicino Oriente, arrivando fino a Cipro.
Nel sito di Qal’at Jarmo (Iraq settentrionale, ai piedi dei monti Zagros) gli undici livelli più antichi appartengono al neolitico preceramico B, con abitazioni a pianta rettangolare e coltivazioni di specie domesticate di orzo e farro.
Nei siti del Vicino Oriente è stato individuato un numero ridotto di specie vegetali domestiche, che sostituirono con l’introduzione dell’agricoltura le più numerose varietà delle specie selvatiche raccolte. Le otto specie domestiche sono costituite da:
La selezione avvenne probabilmente inizialmente in forma inconsapevole, con la raccolta preferenziale di esemplari che presentavano caratteristiche vantaggiose (semi più grandi e spighe ancora intere nei cereali, ad esempio) e per mezzo della scelta del momento della mietitura o raccolta (germinazione più rapida e contemporanea).
Le mutazioni erano favorite dal fatto che si trattasse di specie autoimpollinanti e si diffusero grazie alla protezione degli esemplari mutati per mezzo delle pratiche di coltivazione, che ne annullavano lo svantaggio evolutivo. Le specie domestiche furono quindi diffuse anche in zone dove mancavano i loro progenitori selvatici.
L’usanza di macinare i semi delle piante selvatiche risale addirittura al Paleolitico inferiore; dopo un lungo periodo di “manipolazione” delle piante selvatiche, consistente nella loro raccolta e nell’immagazzinamento, si arrivò, intorno alla metà dell’VIII millennio a.C., alla domesticazione di cereali (soprattutto il farro) e leguminose, in una vasta area compresa tra l’Anatolia orientale, l’Iraq settentrionale, la Palestina e l’Iran occidentale.
Per quanto riguarda i primi animali domestici, la pecora sembra attestata già nel IX millennio a.C., il maiale agli inizi del VII millennio a.C., il bue sembra invece presente alla metà del VII millennio, in Tessaglia. Tra il VII e il VI millennio a.C. le stesse innovazioni compaiono nell’Africa settentrionale e iniziano a diffondersi nel continente europeo. Nell’Asia sudorientale, la coltivazione del riso compare in un’area compresa tra la Cina e la Thailandia, nel IV millennio a.C.; scavi condotti nella seconda metà del XX secolo hanno inoltre permesso di datare la comparsa del maiale domestico e le prime opere di irrigazione in Nuova Guinea allo stesso periodo. Nel Nuovo Mondo il passaggio a un’economia di produzione sembra compiersi, in alcune aree del Messico e del Perù, tra il VII e il IV millennio a.C.
Agli inizi del VI secolo, esistevano in Occidente diverse aree liturgiche europee, ognuna con un proprio rito consolidato (tra i principali, ricordiamo il rito vetero-romano, il rito ambrosiano a Milano, il rito visigotico-mozarabico in Spagna, il rito celtico nelle isole britanniche, il rito gallicano in Francia, il rito Aquileiese nell’Italia orientale, il rito Beneventano nell’Italia meridionale). La tradizione vuole che alla fine di questo secolo, sotto il papato di Gregorio Magno (590-604) si sia avuta la spinta decisiva all’unificazione dei riti e della musica ad essi soggiacente.
Il repertorio del canto gregoriano è molto vasto e viene differenziato per epoca di composizione, regione di provenienza, forma e stile. Esso è costituito dai canti dell’Ufficio (la cosiddetta “Liturgia delle Ore” recitata quotidianamente dal clero) e dai canti della Messa.
Sia nei canti dell’Ufficio come in quelli della Messa si riscontrano tutti i generi-stili compositivi del repertorio gregoriano; essi si possono classificare in tre grandi famiglie:
Neuma plurisonico
La riforma gregoriana sostituì lo studio dei testi alla trasmissione orale delle scuole di canto delle origini, sacrificando, oltre alle particolarità regionali (alcune delle quali, specialmente quelle di derivazione mozarabica, particolarmente ricche) e all’intonazione microtonale (che esisteva ancora nel rito vetero-romano) anche il ruolo dell’improvvisazione. Allo stesso tempo si creò la necessità di “annotare” i testi scritti in modo da aiutare i cantori ad eseguire le musiche sempre nello stesso modo, con una linea melodica che indicava la sua direzione, ascensionale o discensionale. Quest’esigenza fece nascere segni particolari (i neumi, pare nati dai gesti del direttore del coro) che, annotati tra le righe dei codici, rappresentavano l’andamento della melodia, come già detto, (ma lasciando liberi intonazione e ritmo).
La scrittura neumatica divenne così la prima “notazione”, da cui poi la parola “nota”, musicale moderna.
Ut queant laxis, Resonare fibris, Mira gestorum, Famuli tuorum, Solve polluti, Labii reatum, Sancte Iohannes.
La vera innovazione di Guido fu che le prime sillabe dell’Inno non servirono solo per dare un nome alle note, ma anche a darne l’intonazione relativa. In questo modo un cantore poteva intonare a prima vista un canto mai udito prima semplicemente facendo riferimento alla sillaba dell’Inno con la stessa intonazione della prima nota cui il canto iniziava per averne un’immediata idea della tonica.